Il sottosuolo lunare allo scoperto


Ci sono punti della superficie lunare dove è possibile scrutare il sottosuolo, e sono quei rari crateri grandi e profondi che nel corso dell'evoluzione lunare non sono stati riempiti di magma.
Un recente studio, condotto da Noah Petro, del NASA’s Goddard Space Flight Center di Greenbelt(Mariland), su immagini e spettri lunari raccolti dalle sonde Kaguya e Chandrayaan-1, ha permesso di indagare la composizione chimica di uno di essi, il bacino Apollo, ampio 503 km e sito sul bordo dell'enorme bacino da impatto Aitken, presso il polo lunare sud. Quest'ultimo si formò in tempi remotissimi a seguito dell'impatto di un grande asteroide, che fuse la giovane crosta lunare fino a raggiungere il mantello, formando nel suo insieme una struttura ampia circa 2500 km.
Proprio a causa della fusione di tutto il materiale lunare coinvolto, ciò che resta a formare il bacino è una mistura indistinta di elementi non stratificati, quindi una media della composizione chimica di superficie e mantello, più ricca di ferro di quanto non sia la sola superficie, dal momento che durante la formazione del nostro satellite (così come degli altri corpi di taglia planetaria), gli elementi più pesanti sono gradatamente affondati verso gli strati più interni.
Per avere un quadro più dettagliato di come appaiano differenziati i vari strati del sottosuolo lunare è pertanto necessario studiare materiali esposti da impatti asteroidali ma non totalmente rimodellati dalla fusione della roccia. Cosa avvenuta per il bacino Apollo, all'interno del quale è stata riscontrata una quantità di metalli, ferro in particolare, superiore a quella della media superficie lunare, ma inferiore a quella tipica del bacino Aitken. L'immagine C (falsi colori ricavati da A e B) indica col blu terreni poveri di ferro, col verde, giallo e arancione una maggiore presenza di ferro via via che si scende da Apollo (al centro dell'immagine), verso Aitken.
Questo tipo di ricerche, oltre a permetterci di comprendere meglio la composizione chimica della Luna e i tempi del suo raffreddamento a partire dall'origine, forniscono una mappa di quelle che possono essere considerate miniere a cielo aperto, da utilizzare in un lontano futuro.


Credit: NASA/Indian Space Research Organization
 
    
Autore: Michele Ferrara