Il lampo fossile delle supernovae


Migliaia di anni dopo l'esplosione di una supernova è ancora possibile osservare la traccia energetica diretta di quell'evento. Lo hanno scoperto e confermato astronomi giapponesi di vari istituti, sulla base dei dati raccolti attraverso il telescopio spaziale per raggi X Suzaku, lanciato nel 2005 e frutto della collaborazione fra
Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA) e NASA.
I residui di supernova oggetto dello studio sono IC 443 (meglio noto come Nebulosa Medusa), visibile nella costellazione dei Gemelli, lontano 5000 anni luce e vecchio di 4000 anni (per noi, ovviamente!) e il meno noto W49B, situato nell'Aquila a 35mila anni luce di distanza.
Analizzando la luce in banda X attraverso l'X-ray Imaging Spectrometers di Suzaku sono stati rilevati due gruppi di segnali, uno atteso e l'altro no. Quello atteso è la componente di fotoni X che si genera per deviazione di elettroni liberi da parte di nuclei atomici più o meno ionizzati; in sintesi, l'esplosione stellare scaglia tutto attorno nuclei atomici ed elettroni ad altissima energia, che interagiscono sempre meno frequentemente via via che il residuo si espande; quando lo fanno l'elettrone può perdere energia liberando il fotone X. Gli elettroni in questione possiedono energie corrispondenti a temperature dell'ordine dei 7 milioni di gradi e i fotoni X che generano hanno una ben precisa posizione nello spettro elettromagnetico.
Ma Suzaku ha registrato anche un'altra componente nel segnale X, assai più energetica, corrispondente a temperature comprese fra 17 e 30 milioni di gradi, totalmente irraggiungibili in periodi post-esplosione per semplice interazione fra componenti atomiche. Da dove proviene dunque cotanta energia? La risposta è davvero intrigante...
Una stella massiccia, prima di esplodere come supernova, perde a lungo materia attraverso il vento stellare, e la materia persa va ad accrescere una sorta di bozzolo il lenta espansione. Quando poi la stella esplode, la materia eiettata travolge il bozzolo, elevandone per compressione la temperatura fino a valori dell'ordine dei 50 milioni di gradi e anche più. In condizioni così estreme molti atomi vengono completamente ionizzati (perdono tutti gli elettroni).
Presto l'onda d'urto dell'esplosione dissolve il bozzolo e la densità media dell'ambiente scema fino a un solo atomo per centimetro cubico. Le collisioni fra particelle diventano dunque sempre più rare, e ad un nucleo atomico possono servire anche migliaia di anni prima di riacquisire gli elettroni. Ogni volta che ciò avviene, ossia ogni volta che degli elettroni si inseriscono in determinati livelli energetici attorno a determinati nuclei atomici, vengono emessi fotoni X di ben determinate energie, e fra queste Suzaku ha riconosciuto quelle del silicio, dello zolfo e del ferro.
Ciò significa che, paradossalmente, ancora oggi stiamo osservando gli ultimi residui del lampo di quelle lontane supernovae. Resta ora da stabilire se il fenomeno riscontrato è tipico di tutti o quasi i residui di supernova.
Nella foto vediamo W49B: i colori rosso e verde rappresentano la luce infrarossa, il blu la luce X.


Credit: JAXA/NASA/Suzaku, Tom Bash and John Fox/Adam Block/NOAO/AURA/NSF
 
    
Autore: Michele Ferrara