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L'altissima risoluzione spaziale raggiungibile attraverso la
radioastronomia ha aperto una nuova finestra sullo studio delle
supernovae. Un nutrito gruppo di ricercatori ha utilizzato il Very Large
Array per studiare il materiale espulso dalla SN2009bb, ricavando
velocità prossime a quelle della luce, le stesse previste in quelle
esplosioni stellari che producono i lampi gamma, ma con la differenza
che per la supernova in questione non è stata rilevata alcuna radiazione
gamma. E' vero che solo circa l'1% delle supernovae generate dal
collasso gravitazionale emettono abbondante luce gamma, ma tutte quelle
che non lo fanno mostrano velocità di esplusione della materia prossime
al 3% della velocità della luce, e la geometria del fenomeno è uniforme
(illustrazione di sinistra).
Per trovare una spiegazione all'anomala velocità riscontrata,
Alicia Soderberg (Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics), Roger
Chevalier (Univ. of Virginia) e il loro collaboratori hanno proposto un
modello in cui il corpo collassato della stella esplosa, verosimilmente
un buco nero, viene alimentato da una parte del residuo dell'esplosione
attraverso un disco di accrescimento dai cui poli sfuggirebbe ad
altissima velocità parte del materiale in caduta
(illustrazione di destra), e con esso anche la radiazione gamma, che
risulterebbe pertanto collimata e individuabile dal nosto pianeta solo
nel caso in cui uno dei poli del disco di accrescimento punti verso la
Terra.
Se questo modello sarà confermato, la percentuale di supernovae che
generano lampi gamma dev'essere necessariamente superiore a quella
rilevata, e lo studio delle velocità dei residui attraverso la
radioastronomia può permetterne l'individuazione anche in assenza di
raggi gamma. Resta il fatto che una gran quantità di residui di
supernovae non mostrano velocità fuori dalla norma e capire perché solo
alcuni sono dotati di un "acceleratore" è una sfida per i ricercatori
del settore. |