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La scoperta
di un pianeta extrasolare ormai non fa quasi più notizia. Sono infatti
più di 360 quelli scoperti in orbita attorno a stelle della nostra
galassia. Ma quello scoperto da un gruppo internazionale di astronomi,
fra cui gli italiani Francesco De Paolis e Gabriele Ingrosso,
dell’Università del Salento, e Sebastiano Calchi Novati, dell'Università
di Salerno, è davvero eccezionale. Non tanto per le sue ragguardevoli
dimensioni, almeno 7 volte la massa di Giove, né per il fatto di
orbitare attorno a una stella tutto sommato abbastanza piccola, con una
massa circa metà di quella del Sole, ma perché il pianeta di cui gli
astronomi descrivono la scoperta nel lavoro pubblicato sulla rivista
britannica Monthly Notices of the Royal Astronomical Society è
quello più distante di cui si abbia notizia. Si trova, infatti, nella
galassia di Andromeda a una distanza di circa 2,5 milioni di anni luce.
Mai fino ad ora era stato scoperto un pianeta fuori della Via Lattea, e
anzi quasi tutti quelli noti si trovano in una raggio inferiore a mille
anni luce. Naturalmente, gli astronomi non hanno direttamente visto il
nuovo pianeta, troppo grande la distanza per permettere una simile
osservazione. La scoperta è stata, invece, il frutto di un lungo lavoro
di calcolo su modelli matematici che descrivono le variazioni di
luminosità di stelle distanti tramite il fenomeno noto come microlensing
gravitazionale. Si tratta di un effetto previsto nella relatività di
Einstein, per cui la luce di una stella distante viene distorta e
amplificata dalla presenza di un oggetto massiccio, come una stella o un
pianeta, interposto lungo la linea di vista. Dall’analisi della
variazione di luminosità e grazie ai modelli che descrivono il fenomeno
è possibile risalire alla presenza e alle caratteristiche dell’oggetto
responsabile del microlensing e di cui altrimenti sarebbe impossibile
rilevare alcunché. Gli stessi autori della scoperta sottolineano che
proprio la natura del loro lavoro non può dare la certezza della
scoperta del primo pianeta extragalattico. Si tratta infatti di uno
studio probabilistico su un fenomeno che, non potendo essere ripetuto,
non può essere confermato. Quello che i ricercatori danno è una stima
probabilistica della natura extragalattica del corpo celeste
responsabile dell’effetto osservato, e si tratta di una probabilità
superiore al 90%. Quanto basta per far sperare di aver compiuto un
ulteriore importante passo avanti nello studio dei pianeti extrasolari:
la scoperta del primo pianeta in un’altra galassia.
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